La biografia di Mauro Cassano

 

Accidentalmente nato – in un rigido pomeriggio di novembre del 1981 – in un angolo di mondo noto ai più col nome di Italia (terra di adoratori di vitelli, in base all’etimologia di questo nome), allevato e cresciuto in quel di Bari, ricevo il mio imprinting linguistico nella lingua che fu di Petrarca, Galileo e Leopardi. Aduso fin da piccino a rapportarmi al locale dialetto, faccio della natura “ancipite” del parlare degli italiani una risorsa da impiegare utilmente nella conoscenza e nella pratica di lingue e parlate diverse da quella originaria.

Frequento con profitto la scuola dell’obbligo, scoprendo passioni ed attitudini che mi accompagneranno per la vita: l’arte, la recitazione, la musica, le scienze e, naturalmente, le lingue. Frequento il ginnasio-liceo classico Socrate presso cui curo la mia formazione umanistica, diplomandomi nel 2000. Nel 2013 ho fondato la cooperativa sociale ONLUS Nympha e mi sono occupato per sedici mesi di individui con disabilità, realizzando iniziative di pregio quali la manifestazione scientifica “Il meraviglioso mondo di Rita” dedicato alla vita ed all’opera della compianta Rita Levi Montalcini: in seno alla manifestazione, i ragazzi dell’associazione AFHASS hanno rappresentato la pièce “Rita, sinfonia di una vita” da me redatta. Da novembre 2015 sono socio dell’associazione culturale Dicunt che si occupa di diffondere la cultura spagnola a Bari. Sono membro del coro Dicunt che propone un repertorio classico unicamente in lingua spagnola.

Attualmente laureando in giurisprudenza, sogno di apprendere ancora per insegnare e continuare ad apprendere.

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“Kein ding sei wo das wort gebricht”

“Kein ding sei wo das wort gebricht.”: così il sublime poeta tedesco Stefan George rilevava, con lapidaria sintesi, l’essenza degli atti di linguaggio e la loro funzione attiva e creativa nella panoplia delle esperienze umane: un rapporto, direi, simbiotico perché non c’è attività umana che non richieda una dose, quantunque minima, di creatività.

Non avrebbe senso profondere energie in qualche ambito dell’umano scibile senza ricavarne un diletto intellettuale lato sensu. La parola e le lingue possiedono questa caratteristica performativa che ho rilevato fin dalla più tenera età: al pari di ogni italiano, infatti, sono cresciuto in un contesto linguisticamente “ancipite”, ammesso che si sia disposti a considerare alla stregua di lingue – rectius, strutture grammaticali e sintattiche intrinsecamente coerenti ed autonome – anche i dialetti. Attorniato da gente che, con la parola, dava fogge anche stravaganti alle sue idee, la mia precoce esposizione ad un italiano relativamente poco alterato da vistose inflessioni dialettali mi ha fornito l’originario imprinting: su questo “tronco”, si sono via via innestati i suoni ed i modismos di individui di ogni parte d’Italia, assorbiti ed imitati con piglio da attore fin da piccolo: a conferma del valore “creativo” dell’apprendimento linguistico che è, prima facie, mimesis del reale, al pari di certa pittura e del teatro.

A sei anni mio padre mi pose tra le mani il suo dizionario tascabile di inglese, acquistato per contingenti ragioni lavorative: mi ci volle un attimo per familiarizzare con quel profluvio di lettere che danzavano davanti ai miei occhi, al pari dei numeri civici, per me così attraenti, e che campeggiavano nei pressi delle strombature delle porte o delle finestre dei piani ammezzati degli stolidi palazzi baresi murattiani. Benché non avessi ancora idea della differenza tra l’inglese e la simbologia dell’International Phonetic Association, rammento che domandavo con pervicace insistenza ai miei cari di fornirmi in tempo reale la traduzione di una stessa parola in un numero ragguardevole di lingue. La curiosità è, indubbiamente, la molla pronta a scattare allorquando una nuova lingua vellica il mio interesse. A quasi otto anni, l’inglese diventa la mia prima lingua di studio: presso la scuola privata che frequento, si alternano docenti britannici ed irlandesi. Il mio matrimonio d’amore “tiene” da ben ventisette anni. A undici anni, è la volta del francese con cui avevo familiarizzato qualche anno prima grazie all’apporto materno che, evidentemente, non si è limitato alla mera trasmissione del DNA mitocondriale! Da fervido cultore della poligamia linguistica, sono fedele alla lingua d’Oltralpe da buoni ventiquattro anni! Non dimenticherò mai l’ispirata docente di francese di cui la sorte – e la scuola pubblica – mi fecero dono: la mia riconoscenza nei suoi confronti è grande.

E nondimeno due sole esperienze sono inappaganti sicché, a tredici anni compiuti, celebro un singolare “bar mitzvah” in latino e greco. Ma un apprendista non si contenta di quattro diverse visioni del mondo, e così, stimolato dalla ricerca e “rinforzato” pavlovianamente da una certa proclività alla mise-en-scène (la recitazione favorisce ed amplifica l’interesse per le lingue in generale) a sedici anni procedo ad acquistare motu proprio due fascicoli di Il Tedesco e Lo Spagnolo per te della De Agostini: –: apprezzo la solennità del primo e resto avvinto dalle curve melodiche del secondo. Scopro che lo spagnolo castigliano ha fricative, sibilanti ed aspirate che lo rendono assai diverso dall’italiano, ma sarà il cinema di Almodóvar, Amenábar e De la Iglesias ad accostarmi alle varianti regionali andalusa e canaria, e mostrandomi, sia pur in tralice, i mondi linguistici catalano, gallego e basco. Noto, con l’andare del tempo, che lo spagnolo si rivelerà irrinunciabile ed essenziale all’espressione di una parte fondamentale della mia stratificata personalità. La più recente conoscenza del catalano, riveniente da un interesse per le travagliate vicende della II Repubblica Spagnola, è solo un’ulteriore esperienza che si aggiunge a quelle che mi indussero, in altri tempi, ad accogliere nella mia alcova intellettuale anche il portoghese. La passione per i versi finemente cesellati di Wisława Szymborska, la mia ossessione per i tormenti à la Strindberg di Ingmar Bergman e per le saghe di Selma Lagerlöf, e la commovente musica di Mikis Theodorakis hanno permesso a polacco, svedese, e neogreco di fare il loro ingresso nel mio harem. Con il kartuli ed il russo intrattengo al momento solo frequentazioni extraconiugali in attesa di qualcosa di più solido.

Concludo il mio dire affermando che, a condizione che l’autodidatta coniughi ore di intenso approfondimento teorico e di costante lavoro “sul campo”, lo studio linguistico è possibile e, viepiù, indispensabile alla salvaguardia della nostra umanità e della memoria del nostro mondo. Le lingue umane sono estrinsecazioni di una chomskiana grammatica universale che si esprime in caratteri matematici, vera lingua dell’Universo in cui tutti dovremmo esprimerci. Senza dimenticare le altre, ça va sans dire!

Mauro Cassano

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