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18 modi per trovare lavoro. Un libro spiega come fare

Inviare cv alla cieca? Una perdita di tempo, meglio chiedere ad amici e parenti, bussare alla porta delle aziende e, soprattutto, lavorare su se stessi per capire davvero che cosa si vuole e che cosa si sta cercando. Lo scrive Richard Nelson Bolles nel suo “Il trovalavoro”, un manuale di sopravvivenza per orientarsi nella crisi e ottenere un’occupazione

Per il sociologo Paolo Natale, che ne firma la prefazione, è un libro “che occorrerebbe portare sempre con sé”. Certo, scrive, l’impronta è un pochino troppo “americaneggiante”: nondimeno, è uno strumento “utile, a volte indispensabile per le migliaia di italiani che hanno perso il lavoro e che non sanno a che santo votarsi per riuscire a riprendere in mano il proprio futuro”. La chiusura è invece di Aldo Bonomi, direttore dell’istituto di ricerca Aaster e consulente del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro: “il libro ci aiuta a orientarci non tanto a ‘trovare la via’, ma piuttosto a ‘darcene una’ cercando di non camminare da soli”. In mezzo, tra prefazione e postfazione, un centinaio di pagine ricche di consigli, dati, buon senso, pragmatismo tipicamente Usa e anche un po’ di psicologia, per infondere quell’ottimismo e quella fiducia in se stessi indispensabili per non lasciarsi scoraggiare e andare dritto verso la propria meta: trovare lavoro.

Si intitola proprio “Il trovalavoro. Manuale di sopravvivenza”, il libro appena pubblicato da Sonda, casa editrice attenta ai temi dell’orientamento. Lo ha scritto lo statunitense Richard Nelson Bolles: considerato un guru della formazione e il pioniere dei manuali di auto-aiuto, Bolles è infatti l’autore di “Ce l’hai il paracadute?”, la guida al lavoro più venduta al mondo, con oltre 10 milioni di copie in 26 paesi. “Sentivo che c’era bisogno di un testo più breve e meno costoso – spiega -, in grado di aiutare chi si trova con l’acqua alla gola durante la ricerca di un’occupazione in questa fase di severa recessione economica”. Ecco così le cento pagine, suddivise in nove capitoli, in cui Bolles snocciola “le cose più importanti da sapere per iniziare a cercare un lavoro”. La prima? Convincersi che là fuori, crisi o non crisi, un posto c’è sempre.

Perseveranza e autoanalisi. “Il principio base – dice Bolles – è che più consistente è la forza lavoro, più posti vacanti si creano, a causa di fattori umani come il fatto che le persone si stanchino del proprio lavoro, vengano promosse, si trasferiscano altrove, si ammalino, vadano in pensione, muoiano improvvisamente. Inoltre, accanto a quelli vacanti, ci sono nuovi posti di lavoro che vengono continuamente generati dalla creatività e dalle nuove invenzioni, grazie al contributo dei progressi dell’informatica e delle nuove tecnologie”. Così, secondo Bolles, in Italia ogni mese sono 230 mila i lavori che aspettano di essere occupati. E come accaparrarsene uno, se la concorrenza è spietata e i disoccupati sono oltre due milioni? Innanzitutto, occorre “lavorare sodo”, perché cercarsi un’occupazione implica tempo, perseveranza e un’analisi continua: di se stessi, dei propri desideri, delle proprie competenze e di come il mercato del lavoro sta cambiando, con l’emergere di nuove figure professionali e l’eclissarsi di altre.

L’inutilità di spedire il cv. Trovare lavoro, quindi, non è impossibile e tanti sono i modi e le strategie per farlo. Bolles ne conta per la precisione diciotto e consiglia di utilizzarne almeno tre: si va dalla lettura degli annunci pubblicati su quotidiani, riviste e siti specializzati, al chiedere consigli alle persone delle propria cerchia; dal rivolgersi a centri per l’impiego o agenzie interinali, al proporsi per stage non pagati nella speranza di fare colpo e strappare un contratto. I modi per cercare lavoro Bolles non si limita ad elencarli, ma ne dà una classifica ragionata, con i pro e con i contro. Quello in assoluto peggiore è inviare il proprio curriculum alla cieca, nell’illusione di essere contattati per un colloquio: la percentuale di successo è “deprimente”, funziona solo nel 7% dei casi.

Le tracce online. Certo, il cv va fatto e nella maniera più precisa possibile, ma bisogna considerare che nel ventunesimo secolo, il vero curriculum è quello che si trova online ed è costituito dalle tante tracce che ognuno di noi si lascia dietro navigando su internet (e che qualsiasi datore di lavoro può scoprire digitando nome e cognome su Google). Attenzione, quindi, alla propria “reputazione digitale”, che si può migliorare sia cancellando (o rendendo accessibili solo agli amici) le immagini e le informazioni “sconvenienti”, sia partecipando a forum professionali o aprendo blog sulle tematiche di propria competenza.

Quello che funziona davvero. Cinque sono invece i metodi migliori, quelli che Bolles, alla luce dei suoi quarant’anni di esperienza, considera più efficaci. Chiedere informazioni a familiari, amici, ex colleghi ha una percentuale di successo del 33%: chi vi conosce può parlare bene di voi a potenziali datori di lavoro, evitandovi così di presentarvi come perfetti sconosciuti. Una soluzione valida soprattutto in Italia, dove la conoscenza più o meno diretta è il canale di assunzione più diffuso. Maggiori chances (47%) lo dà bussare alla porta di aziende e di uffici: occorre senz’altro una bella faccia tosta, ma se si riesce a fare buona impressione, un posto potrebbe saltare fuori. Consultare le Pagine gialle, per individuare la aziende che più interessano e poi chiamarle o andarci di persona, può assicurare il 69% di successo: in questo modo si potrebbero infatti scoprire quei posti vacanti che non vengono pubblicizzati e che rimangono nel cosiddetto “mercato del lavoro nascosto”. Ancora meglio (70% di possibilità di successo) è fare quest’ultima operazione in gruppo, unendosi a un “job club” o creandone uno nuovo: scambiarsi regolarmente informazioni e consigli con altre persone, può moltiplicare notevolmente le opportunità.

La visione di sé. Ma il metodo più efficace, quello con la più alta possibilità di successo (86%), ma anche quello che richiede più fatica, soprattutto mentale, è lavorare su se stessi, per capire in maniera chiara cosa si vuole, cosa si ha da offrire e cosa si sta cercando. “Non dovreste decidere che lavoro volete fare – scrive Bolles – fino a quando non avrete capito chi siete esattamente”. Allora, che competenze si sono maturate? Quali conoscenze tecniche? Dove si vuole lavorare, in che tipo di azienda, in che settore, in quale città? Che tipo di ambiente lavorativo si cerca, quali responsabilità si vogliono avere? E con quale retribuzione? Rispondere a queste e ad altre domande, serve non solo a conoscersi meglio, ma soprattutto a tracciare un identikit del proprio lavoro ideale. E avere una visione dettagliata del proprio obiettivo, aggiunge fiduciosamente l’autore, aiuta a raggiungerlo molto più facilmente.

di MANFREDI LIPAROTI

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29 aprile 2010

di MANFREDI LIPAROTIPer il sociologo Paolo Natale, che ne firma la prefazione, è un libro “che occorrerebbe portare sempre con sé”. Certo, scrive, l’impronta è un pochino troppo “americaneggiante”: nondimeno, è uno strumento “utile, a volte indispensabile per le migliaia di italiani che hanno perso il lavoro e che non sanno a che santo votarsi per riuscire a riprendere in mano il proprio futuro”. La chiusura è invece di Aldo Bonomi, direttore dell’istituto di ricerca Aaster e consulente del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro: “il libro ci aiuta a orientarci non tanto a ‘trovare la via’, ma piuttosto a ‘darcene una’ cercando di non camminare da soli”. In mezzo, tra prefazione e postfazione, un centinaio di pagine ricche di consigli, dati, buon senso, pragmatismo tipicamente Usa e anche un po’ di psicologia, per infondere quell’ottimismo e quella fiducia in se stessi indispensabili per non lasciarsi scoraggiare e andare dritto verso la propria meta: trovare lavoro.

Si intitola proprio “Il trovalavoro. Manuale di sopravvivenza”, il libro appena pubblicato da Sonda, casa editrice attenta ai temi dell’orientamento. Lo ha scritto lo statunitense Richard Nelson Bolles: considerato un guru della formazione e il pioniere dei manuali di auto-aiuto, Bolles è infatti l’autore di “Ce l’hai il paracadute?”, la guida al lavoro più venduta al mondo, con oltre 10 milioni di copie in 26 paesi. “Sentivo che c’era bisogno di un testo più breve e meno costoso – spiega -, in grado di aiutare chi si trova con l’acqua alla gola durante la ricerca di un’occupazione in questa fase di severa recessione economica”. Ecco così le cento pagine, suddivise in nove capitoli, in cui Bolles snocciola “le cose più importanti da sapere per iniziare a cercare un lavoro”. La prima? Convincersi che là fuori, crisi o non crisi, un posto c’è sempre.

Perseveranza e autoanalisi. “Il principio base – dice Bolles – è che più consistente è la forza lavoro, più posti vacanti si creano, a causa di fattori umani come il fatto che le persone si stanchino del proprio lavoro, vengano promosse, si trasferiscano altrove, si ammalino, vadano in pensione, muoiano improvvisamente. Inoltre, accanto a quelli vacanti, ci sono nuovi posti di lavoro che vengono continuamente generati dalla creatività e dalle nuove invenzioni, grazie al contributo dei progressi dell’informatica e delle nuove tecnologie”. Così, secondo Bolles, in Italia ogni mese sono 230 mila i lavori che aspettano di essere occupati. E come accaparrarsene uno, se la concorrenza è spietata e i disoccupati sono oltre due milioni? Innanzitutto, occorre “lavorare sodo”, perché cercarsi un’occupazione implica tempo, perseveranza e un’analisi continua: di se stessi, dei propri desideri, delle proprie competenze e di come il mercato del lavoro sta cambiando, con l’emergere di nuove figure professionali e l’eclissarsi di altre.

L’inutilità di spedire il cv. Trovare lavoro, quindi, non è impossibile e tanti sono i modi e le strategie per farlo. Bolles ne conta per la precisione diciotto e consiglia di utilizzarne almeno tre: si va dalla lettura degli annunci pubblicati su quotidiani, riviste e siti specializzati, al chiedere consigli alle persone delle propria cerchia; dal rivolgersi a centri per l’impiego o agenzie interinali, al proporsi per stage non pagati nella speranza di fare colpo e strappare un contratto. I modi per cercare lavoro Bolles non si limita ad elencarli, ma ne dà una classifica ragionata, con i pro e con i contro. Quello in assoluto peggiore è inviare il proprio curriculum alla cieca, nell’illusione di essere contattati per un colloquio: la percentuale di successo è “deprimente”, funziona solo nel 7% dei casi.

Le tracce online. Certo, il cv va fatto e nella maniera più precisa possibile, ma bisogna considerare che nel ventunesimo secolo, il vero curriculum è quello che si trova online ed è costituito dalle tante tracce che ognuno di noi si lascia dietro navigando su internet (e che qualsiasi datore di lavoro può scoprire digitando nome e cognome su Google). Attenzione, quindi, alla propria “reputazione digitale”, che si può migliorare sia cancellando (o rendendo accessibili solo agli amici) le immagini e le informazioni “sconvenienti”, sia partecipando a forum professionali o aprendo blog sulle tematiche di propria competenza.

Quello che funziona davvero. Cinque sono invece i metodi migliori, quelli che Bolles, alla luce dei suoi quarant’anni di esperienza, considera più efficaci. Chiedere informazioni a familiari, amici, ex colleghi ha una percentuale di successo del 33%: chi vi conosce può parlare bene di voi a potenziali datori di lavoro, evitandovi così di presentarvi come perfetti sconosciuti. Una soluzione valida soprattutto in Italia, dove la conoscenza più o meno diretta è il canale di assunzione più diffuso. Maggiori chances (47%) lo dà bussare alla porta di aziende e di uffici: occorre senz’altro una bella faccia tosta, ma se si riesce a fare buona impressione, un posto potrebbe saltare fuori. Consultare le Pagine gialle, per individuare la aziende che più interessano e poi chiamarle o andarci di persona, può assicurare il 69% di successo: in questo modo si potrebbero infatti scoprire quei posti vacanti che non vengono pubblicizzati e che rimangono nel cosiddetto “mercato del lavoro nascosto”. Ancora meglio (70% di possibilità di successo) è fare quest’ultima operazione in gruppo, unendosi a un “job club” o creandone uno nuovo: scambiarsi regolarmente informazioni e consigli con altre persone, può moltiplicare notevolmente le opportunità.

La visione di sé. Ma il metodo più efficace, quello con la più alta possibilità di successo (86%), ma anche quello che richiede più fatica, soprattutto mentale, è lavorare su se stessi, per capire in maniera chiara cosa si vuole, cosa si ha da offrire e cosa si sta cercando. “Non dovreste decidere che lavoro volete fare – scrive Bolles – fino a quando non avrete capito chi siete esattamente”. Allora, che competenze si sono maturate? Quali conoscenze tecniche? Dove si vuole lavorare, in che tipo di azienda, in che settore, in quale città? Che tipo di ambiente lavorativo si cerca, quali responsabilità si vogliono avere? E con quale retribuzione? Rispondere a queste e ad altre domande, serve non solo a conoscersi meglio, ma soprattutto a tracciare un identikit del proprio lavoro ideale. E avere una visione dettagliata del proprio obiettivo, aggiunge fiduciosamente l’autore, aiuta a raggiungerlo molto più facilmente.

 

© Riproduzione riservata29 aprile 2010

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