Non sarà sfuggito ai più il riferimento al saggio di Eduardo Galeano Le vene aperte dell’America Latina dove l’autore attraversa cinque secoli della storia di questa meravigliosa parte di mondo. In qualche modo cerchiamo di attraversarla anche noi grazie ai ricordi di Juana.

Mi emoziona riportarvi questa piccola testimonianza, come mi ha emozionato raccoglierla, un po’ perché Juana ha fatto parte per qualche anno della mia vita “famigliare”, un po’ perché appartiene ad una generazione lontana dalla mia, che potrei definire quella dei miei nonni, ma soprattutto perché è testimone vivente di una comunità non solo linguistica, ma soprattutto culturale in via di estinzione. Esistono infatti lingue in via di estinzione, proprio come gli animali e le piante ma forse non altrettanto protette e conosciute.

Anatuya-Santiago del Estero. Credits: Caro G.
Anatuya-Santiago del Estero. Credits: Caro G.

Juana è originaria di Santiago del Estero, la più antica città fondata dai coloni spagnoli in Argentina. Parla perfettamente il castellano e così ho sempre comunicato con lei, ma la sua lingua d’origine è il quichua santiagueño, anche detto la quichua, una varietà della più famosa famiglia linguistica del quechua sureño, lingua indigena parlata non solo in Argentina, ma anche in Bolivia, Cile e sud del Perú.

Ricordo ancora quando ho conosciuto Juana per la prima volta: una signora di quasi novant’anni che rivelava una bellezza per nulla sfiorita, occhi allungati, profondi e pelle scura. L’ospitalità fu la cosa che più mi colpì all’inizio. Ricordo quel fornello a gas sempre acceso, perché “non si sa mai, potrebbe arrivare qualcuno e bisogna preparargli qualcosa da mangiare”. Sembrava arrivata da un altro mondo, per me così europea appena sbarcata in quel continente.

Santiago adoro a mi pago (adoro la mia terra)”, mi dice appena le chiedo se le manca Santiago. “Anche quando sono felicissima e sto bene qui nella mia casa a Buenos Aires non smetto di amare la mia terra, perché lì sono nata”. Juana non è mai uscita dall’Argentina “Silvia, raccontami un po’. Com’è laggiù? Com’è prendere l’aereo?”.  Le chiedo se ha sempre parlato castellano o se lo ha imparato in un secondo momento. “Sono andata via da Santiago con mia zia quando avevo circa dodici anni e da allora ho parlato indifferentemente le due lingue”. Sono circa 140.000-160.000 i parlanti quichua viventi attualmente in Argentina, tutti bilingui, anche se non esistono dati certi al riguardo. Lingua antichissima dell’antico Impero Tahuantinsuyo (nome dell’Impero Inca in lingua quechua) era prima parlata in tutto il NOA (Nord Est Argentino) fino a un secolo fa e ora è rimasta confinata nella regione di Santiago del Estero e poco più a sud lungo il Rio Salado, ma è isolata rispetto alle altre zone dove si parla quechua. “Non saprei dirti se preferisco parlare quichua o castellano. Mi  piacciono tutte e due. Il quichua a volte me lo dimentico, perché non ho nessuno con cui parlarlo. Ogni tanto provo a pararlo con mio figlio e quando mangia poco gli dico ad esempio mikuy millpuy, che significa mastica e ingoia. Questa frase la diceva sempre mia madre ai miei fratelli”.

Estación Contitución-Buenos Aires 1900. Credits: Archivo General de la Nación Argentina
Estación Constitución-Buenos Aires 1900. Credits: Archivo General de la Nación Argentina

Mi racconta poi divertita un episodio di quando era bambina. “Io avevo 10 anni, quindi parliamo del 1935. Un ragazzo del mio paese voleva andare a Buenos Aires. Per noi allora Buenos Aires era un altro mondo, c’era tanta ignoranza e anche prendere un treno non era facile. Lui non sapeva come fare e allora gli consigliarono di fare ciò che facevano gli altri, adonde fueres haz lo que vieres. Gli dissero di abituarsi ad osservare e fare esattamente ciò che facevano le persone di lì, così non avrebbe avuto problemi. Lui arrivò alla stazione e vide un uomo che toccava il sedere ad una ragazza e seguì il consiglio, fece la stessa cosa. Ovviamente lo riempirono di botte e tornò a Santiago con la coda tra le gambe. È vero eh! Parliamo di ottant’anni fa e c’era moltissima ignoranza allora”. Le  chiedo se si parla il quichua da altre parti “Mi pare al nord ma non si chiama uguale, però non lo so in verità. Comunque io posso scrivere in quichua e anche leggerlo. Non è una lingua solamente orale, il problema è che nessuno la parla fuori da Santiago”.

Copertina della traduzione in quichua del Don Quijote di Cervantes. Traduzione di Demetrio Túpac Yupanqui. Ed. El Comercio
Traduzione in quichua del Don Quijote di Cervantes. Trad: Demetrio Túpac Yupanqui. Ed. El Comercio, 2005

Da una decina di anni l’attenzione sulle lingue indigene si è fatta sempre maggiore. Il quichua santiagueño, come tante altre lingue isolate o in via di estinzione, si può studiare all’università, ma ancora di più resta vivo nella tradizione musicale popolare che trova in Sixto Palavecino, cugino di Juana, uno dei maggiori esponenti. Spesso le canzoni sono ricordate a memoria e la stessa Juana, quando le chiedo di dirmi un detto in quichua mi dice “un detto? Ah! Vuoi dire un nisqa. Ce ne sono tanti, ma adesso non saprei” e mi canta la frase di una canzone.

Per fortuna esistono moltissimi siti e pagine specializzate dove scoprire di più su questa bellissima lingua e la sua storia. Per i più curiosi esistono anche dizionari online certamente non ricchissimi ma affidabili, con cui ci si può divertire a comporre parole o piccole frasi. C’è un’espressione che Juana ripete sempre quando le si chiede di dire qualcosa in quichua. L’espressione è warmi sumaq. Potete divertirvi a cercare che cosa significhi e mantenere vivo per un momento un pezzo di storia, far scorrere ancora il sangue di una delle vene pulsanti dell’America Latina.

written by Parolabis

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